“Se qualcosa può essere scritto o pensato, può essere filmato”. Questa famosa citazione di Stanley Kubrick, uno dei più grandi cineasti della storia del cinema, ci ricorda come la creatività umana possa trasformare le idee in realtà attraverso l’arte della scrittura, del teatro e della cinematografia.
E in qualche modo il pensiero di Kubrick incarna lo spirito dell’ospite di oggi, che di certo l’immaginazione non gli manca; l’innovazione, la sperimentazione e il sapersi mettere in gioco sono il suo pane quotidiano.
Conosciamolo meglio
Stefano Labbia, nato a Roma nel 1984, è un autore, sceneggiatore, produttore e imprenditore italiano d’origine brasiliana, con una carriera ricca di esperienze in vari ambiti artistici. È fondatore della Black Robot Entertainment, una casa di produzione cinetelevisiva e management agency con base in Gran Bretagna; e della casa editrice, “Black Robot Publishing”, e di Trainer! App, sita sempre nel Regno Unito. Inoltre è un prolifico autore di romanzi, libri di poesie, raccolte di racconti, graphic novel e sceneggiature per cinema.
Un artista poliedrico, capace di spaziare in più campi dosando creatività e capacità imprenditoriale tanto da aprire innanzi a lui strade differenti ma che confluiscono tutte verso la diffusione artistica e culturale.
A Oltre scrittura ho il piacere di ospitare Stefano Labbia, già noto nelle mie pagine per le sue svariate opere letterarie.
Innanzitutto, la ringrazio di essere qui. Ricorda il primo film, o commedia teatrale, che ha accesso in lei la passione per la sceneggiatura?
Grazie per questa fantastica opportunità! Il teatro è sempre stata una grande mia passione purtroppo durante il periodo dell’adolescenza non ho avuto la fortuna di poterlo frequentare da spettatore. Cosa che è cambiata quando ho iniziato a collaborare nel 2016 con alcuni Portali web che mi garantivano in cambio di una recensione La presenza a numerosi spettacoli italiani prestigiosi e innovativi. È stata quella la molla che mi ha spinto a mettermi in gioco a studiare i meccanismi del teatro e a dare vita alle mie storie che in qualche modo hanno trovato quel volano Giusto per essere espresse. Per quanto riguarda il cinema beh io sono sempre stato un cinefilo sin da piccolo. E anche questo che ha alimentato la mia creatività e quella “abilità” mi dicono riesca a trasmettere nei miei scritti. Quella ovvero di riuscire a descrivere visivamente la scena che ho in mente. Chi è stato ragazzo negli anni 80 e negli anni 90 ha vissuto il cinema in maniera diversa: non ci ha solo aperto la mente costringendoci in qualche modo a far i conti con follia e realtà, caos e colori, colpi di scena e dialoghi brillanti. Ci ha donato quello spirito di osservazione che ha poi forgiato direttamente sul campo i registi e gli sceneggiatori più promettenti. È un approccio particolare che più di una volta mi è stato fatto notare dagli addetti ai lavori con cui sono entrato in contatto e che hanno apprezzato il mio saper “dipingere le storie”. Che per certi versi è distante dal classico modo di interpretare una sceneggiatura e invece devi essere molto snella poco descrittiva e a volte impersonale. Io amo la settima arte. La amo. E la rispetto. E mi abbevero ogni volta dalla sua sapiente fonte. Alcuni mi chiedono quale sia stato il mio percorso per arrivare ad essere uno sceneggiatore: studio, impegno, voglia di sfidare se stesso. Ho letto tutte le sceneggiature dei premi Oscar. Tutte. Ho imparato sul campo guardando più volte quei film: senza audio, solo con l’audio E poi con audio e video. Ho saputo fare mie le inquadrature, le atmosfere, i suoni. Le necessità dei personaggi, lo schema del viaggio dell’eroe. E ho cercato sempre di metterle in pratica a mio modo. Rispetto e innovazione queste sono le due parole che descrivono la mia scrittura.
“Quando si scrive un romanzo, uno scrittore dovrebbe creare persone vive; persone, non personaggi. Un personaggio è una caricatura”. Così la pensava Ernest Hemingway. Una sua considerazione.
Come posso non concordare? Ricordo che tempo fa lessi un’intervista di un noto scrittore che asseriva che ogni personaggio, ogni situazione presente in una storia è in qualche modo relazionabile allo scrittore che l’ha ideata o a chi lo circonda. Perché è naturale in qualche modo scrivere di se stessi anche in minima parte. Si scrive sempre di ciò che si conosce, di ciò che si è provato. E di quello che magari si prova e non si riesce a dire a voce. Io personalmente cerco di bilanciare la cosa e di abbracciare la creatività che mi circonda. Forse anche per via dei generi che frequento più spesso come il fantasy, ad esempio, mi viene difficile inserire situazioni di vita reale…
Chi più di tutti, durante il suo percorso di studi, ha ispirato il suo cammino artistico e professionale? Qual è stato il più grande insegnamento ricevuto?
Questa è una bellissima domanda! Non ho avuto grande fortuna da questo punto di vista. Nonostante i miei buoni voti la mia tenacia e la mia passione per la scrittura e per il disegno spesso non ho riscontrato giustizia. Intendiamoci sono dinamiche che sono sempre esistite nel mondo accademico ma io vivendole ne ho sofferto. Perché sapevo quello che potevo dare e guardandomi attorno vedevo frequenti ingiustizie. Mi domando ora se quegli insegnanti che hanno accompagnato il mio percorso di crescita in qualche modo forgiando la mia “vita scolastica” e di “autore” lo facessero per stimolarmi o semplicemente se non fossero in grado di riconoscere la mia visione. In ogni caso devo dire che questo mi è stato di stimolo. E che durante il ciclo delle scuole superiori anche se per un solo anno ho avuto la fortuna di dividere il percorso con un grande della letteratura italiana moderna, che fu mio professore di lettere. Sicuramente quell’incontro mi ha fatto scattare una scintilla che anni dopo si è tramutata nel fuoco sacro della quinta arte. Diciamo che il mio percorso è stato in salita e che ci ho messo veramente tanto per piantare la mia bandierina ma ne è valsa la pena. Ora come ora non ho rimpianti personalmente. Certo è che avere più supporto da parte delle persone che mi circondavano avrebbe “accelerato quel processo”.
Se potesse viaggiare nel tempo e conoscere un grande sceneggiatore del passato, da chi andrebbe e soprattutto cosa gli chiederebbe?
Altra bellissima domanda! Devo dire che mi piacerebbe tantissimo conoscere Steven Spielberg. Sarebbe veramente un sogno per me riuscire a conoscerlo e a parlare di tutti i suoi successi cinematografici – sì sono un vero appassionato della sua arte a 360°. Regista, produttore, sceneggiatore… Ha plasmato la storia del cinema con la sua creatività. Lo scambio sarebbe veramente almeno per me molto interessante.
La sua produzione letteraria e davvero vasta, tra le sue opere mi soffermo sulla raccolta di racconti: “La falsità d’esser vivo” pubblicato con Amazon (2024). Il titolo è foriero di varie interpretazioni. La vita può essere solo una mera illusione creata ad hoc da un essere superiore? Siamo realmente vivi o solo effimere comparse di un grande spettacolo universale? Una sua considerazione.

Prima di rispondere alle varie domande presentano necessarie alcune premesse. La scelta del titolo nasce da una riflessione profonda sulla condizione umana e sul modo in cui viviamo le nostre esistenze. ‘La falsità d’esser vivo’ non è un’accusa, ma una constatazione: spesso ci troviamo intrappolati in ruoli, convenzioni sociali e aspettative che ci portano a vivere in modo automatico, quasi meccanico, indossando maschere per adattarci a un mondo che ci chiede di essere sempre qualcosa di definito e accettabile. Ma cosa significa davvero ‘essere vivi’? È sufficiente respirare, lavorare, esistere? Oppure la vera vita inizia solo quando riusciamo a liberarci da queste costruzioni e abbracciamo la nostra autenticità, con tutte le nostre fragilità, dubbi e imperfezioni? Ecco, attraverso questa raccolta, ho voluto esplorare questa dicotomia tra ciò che mostriamo e ciò che siamo realmente, senza moralismi, ma con lo sguardo attento di chi cerca di comprendere l’animo umano. La satira sociale diventa uno strumento per mettere in luce queste dinamiche, offrendo al lettore spunti di riflessione sulla propria esistenza e su ciò che consideriamo ‘vero’ e ‘falso’ nel nostro modo di vivere. Credo che dopo questo preambolo io abbia risposto in maniera esaustiva alle sue domande, in realtà…
Oltre alla narrativa, ama la poetica e lo rivela nelle sue tante produzioni letterarie. La sua sesta raccolte pubblicata nel 2022 è “Poesie Maledette”. Questa sua opera mi fa pensare a Paul Verlaine, il “poeta maledetto” francese. La sua poetica era caratterizzata da una profonda ribellione, una ricerca incessante di assoluto al di fuori delle convenzioni sociali, e un’esplorazione di temi come la decadenza, la morte e la bellezza del male. Le sue poesie maledette hanno anche loro una sorta di ribellione?

Io nasco poeta e per alcuni sarei dovuto restare chiuso in quella nicchia, senza acquisire gli altri linguaggi letterari… La poesia è qualcosa di immediato, puro, e l’essenza della vita stessa. Personalmente scrivo ogni poesia di getto ed è per questo forse che mi dicono che creano delle emozioni uniche con cui poi si è chiamati a confrontarsi. Sia che le si senta proprie sia che le si senta distanti. Perché quei sentimenti quelle emozioni vibrano nell’aria e nelle nostre anime e sono universali: chi di noi non è mai stato lasciato e ha sofferto per amore? Chi di noi non si è mai sentito tradito, da solo? Chi non ha mai avuto paura del futuro? Incertezze quotidiane che siamo chiamati ad affrontare spesso senza gli strumenti necessari a farlo. Perché la vita la impari giorno dopo giorno, vivendola. Ma una poesia, una rima, un titolo può cambiarti dentro, può farti riflettere. Alcuni definiscono le mie liriche di fuoco, al vetriolo. Dicono che sono dei piccoli schiaffi all’anima. Tempo fa un artista mi disse: “le tue poesie sono quadri. Mi piacerebbe tanto dipingerli e fare una mostra con essi.”. E questo credo sia uno dei complimenti più belli che abbia mai ricevuto. La poesia è vita, è sole e luna e pioggia. È un mare in tempesta e l’afa estiva. Una boccata d’aria pura dopo una ventata di smog. La poesia non morirà mai proprio per questo; perché sarebbe in declino dell’umanità.

Tra le sue più recenti opere troviamo: “Mutande di senso compiuto” pubblicato con Amazon. Una raccolta di racconti che esplora le pieghe più oscure e complesse dell’animo umano, affrontando temi di solitudine, insoddisfazione e della ricerca di significato in un mondo sempre più disorientato. Di questa sua opera scrivono: “una prosa che sferza e consola, scudiscia e corrobora, costringendo il lettore a confrontarsi con le proprie incertezze e i propri conflitti interiori”. Quanto è importante, soprattutto oggi, trovare il tempo per riflettere sul vero senso della vita? Qual è per lei il vero senso della vita?
La satira sociale è il genere che più mi stuzzica perché è libero, ma al contrario della satira che spesso sbeffeggia il potente di turno la satira sociale ha una funzionalità ben specifica: quella di utilizzare l’umorismo, spesso provocatorio o irriverente, come uno specchio catartico per riflettere le diosincrasie umane, le ipocrisie e le incoerenze del nostro io quotidiano, permettendo al lettore di elaborare la propria frustrazione, ma è il riconoscersi in quei controsensi, in quelle piccole manie e in quegli slanci di umanità che forgiano la sua persona e permettono di sviluppare un pensiero critico, distaccato, che può innescare un cambiamento di prospettiva a livello individuale e collettivo, se accolto. Il senso della vita credo che sia la vita stessa. Non dobbiamo comportarci bene nella speranza di un giudizio universale placido. Dobbiamo farlo perché è questo che significa essere umani. Rispetto, supporto, amore. Sono questi i sentimenti che contano. I famosi ideali che sembrano esserci scivolati tra le pieghe delle dita come sabbia nel deserto.
Nel 2019 ha fondato la casa editrice, “Black Robot Publishing”, specializzata in romanzi, fantasy e graphic novel, con sede nel Regno Unito e prodotta in italiano e inglese. E le chiedo: sono più i lettori Britannici ad amare il Fantasy o quelli Italiani?
Abbiamo in primis effettuato uno studio di mercato ed è emerso che erano i generi letterari più amati dal pubblico inglese ma anche dal pubblico italiano e, visto che eravamo un azienda bilingue nelle pubblicazioni. La nostra innovazione è stata nell’approccio editoriale: noi utilizzavamo il metodo blind reading. Non sapevamo mai a chi apparteneva il dattiloscritto durante la fase di valutazione. Leggevamo l’opera integrale e meritocraticamente decidevamo se pubblicarla o meno. È stata una bellissima esperienza che personalmente da founder e Director, mi ha fatto crescere professionalmente e anche umanamente. Il team era composto quasi esclusivamente da giovani laureande e laureate provenienti da ogni parte del mondo e questa è stata veramente la marcia in più di questa azienda. Ognuno aveva un compito un ruolo ben definito che portava avanti con passione energia e professionalità. È stata davvero una bella avventura.
Tra le grandi scrittrici di Fantasy non posso fare a meno di citare J. K. Rowling nota a tutti come l’ideatrice della fortunatissima saga di Harry Potter; se fosse stato lei lo sceneggiatore di questa saga, l’avrebbe realizzata allo stesso modo?
Credo di essere uno dei pochi a non aver mai letto nemmeno una riga di quei capolavori. Semplicemente non c’è stato mai occasione – magari l’avrò in futuro! Non sono riuscito nemmeno a visionare i film quindi conosco la storia a grandi linee, perché amici fidanzate e conoscenti ne parlavano, però mi sfuggono molte dinamiche e particolari per dare una risposta accurate. Sicuramente il suo successo è arrivato grazie ad una saga innovativa che ha meritato la fan base internazionale e il prestigio giunto.
Sempre in Gran Bretagna ha fondato la Black Robot Entertainment, una casa di produzione cinetelevisiva. Come nasce questa realtà? Quali sono i progetti ad oggi in corso di realizzazione?
Purtroppo è stata una bellissima esperienza che è durata relativamente poco in quanto il covid ci ha spiazzato… Sì era una casa di produzione fine televisiva diversa dalle altre per concept noi eravamo anche una audiovisual management agency ovvero acquisivamo progetti altrui che gestivamo al fine di cederli a network e studios, così come curavamo in alternativa la parte di produzione. Non ci siamo dati limiti dal punto di vista produttivo: spaziavamo per target di riferimento, generi e soprattutto per tipologia di prodotto. Mediometraggio, lungometraggio, serialità per noi contavano le storie, il modo in cui venivano scritte e girate. E infine condivise. Spero presto di iniziare una nuova avventura in tal senso: mi manca troppo quel bellissimo mondo.
Se dovesse definirsi con una sola parola quale sarebbe e perché?
Onestamente preferisco che siano gli altri a definirmi qualora ne sentano la necessità… Io sono un cantastorie, un creativo a cui piace raccontare quello che vede immaginando ciò che non vede.
Cosa si aspetta da questo nuovo anno?
Nuove sfide, nuovi traguardi raggiunti, e poi come tutti un po’ più di serenità. Grazie per avermi concesso questa fantastica occasione!
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