La scrittura è sempre un viaggio che parte dal nostro inconscio, da quel lato oscuro in cui tutte le emozioni si convogliano… ed è lì, in quel caos fatto di noi, che filtrano le parole e, pure come acqua sorgiva, giungono alla carta. Sono le esperienze, il nostro vissuto, i nostri desideri ad avere la meglio, a saper regalare al lettore quelle emozioni vere, che arrivano solo da chi la penna la usa con la giusta spontaneità e veridicità: doti che contraddistinguono un buon scrittore. Saper donare con le parole non è da tutti. L’ospite di oggi lo sa fare.
Di esperienze da raccontare ne ha molte: la sua professione lo porta ogni giorno a vivere la sofferenza altrui e nello stesso tempo la speranza. Infermiere presso L’Ospedale maggiore di Parma; ogni giorno vive sulla sua pelle la dura realtà che attraversa quei corridoi, e tutto ciò lo trasmigra anche nella sua passione per la scrittura, in particolar modo per la poetica.
La sua prima risale al 2019 con la silloge: “Viaggi e versi di poesia”, seguita nel 2021 dalla sua seconda silloge dal titolo: “Sotto un velo”. Nel 2022 pubblica una raccolta di entrambi i libri selezionando le migliori poesie ed escludendo la narrativa, dal titolo: “Vestigiali parole”. Nel 2023 pubblica il suo primo romanzo dal titolo: “Il mondo di Giosuè”. Oggi torna in libreria con “Piuma Bianca” ( Pav Edzioni). Delle sue liriche dicono: “Sono Opere ricche di simbolismo e di contrasti, attraverso immagini suggestive che mescolano la crudezza della realtà con la delicatezza e con la capacità di evocare forti emozioni e di mettere in discussione le convenzioni sociali, rendendo la sua scrittura un importante strumento di riflessione”. Ho avuto modo di leggere alcune liriche di questa sua ultima silloge e posso confermare la bellezza che ne risiede; sono versi capaci di farci riflettere. Meritevoli di attenzione.
Ma conosciamo meglio l’autore.
Giosuè Forleo nasce a Grottaglie, figlio di contadini, vive la sua infanzia, adolescenza e giovinezza a San Marzano di San Giuseppe( TA). Stimolato dagli studi inizia la sua ricerca nella poesia che fin da piccolo è stata la sua passione. Dal 2020 ad oggi colleziona numerose menzioni, menzioni speciali, d’onore e di eccellenza. Tra le più importanti ricordiamo: il secondo posto al concorso nazionale “Dalla meta mai non torcer gli occhi” nel 2020 e menzione al concorso mondiale “Nosside” nel 2021.
Benvenuto a Oltrescrittura. Sei cresciuto in una famiglia contadina, quanto l’ esempio dei tuoi genitori ti ha forgiato per la professione che oggi svolgi?
Grazie carissima per questa intervista, ti dirò: mio padre era contrario al fatto che facessi l’infermiere, mi voleva con lui in mezzo alle campagne. Avevo frequentato un istituto professionale come tecnico di laboratorio per due anni e non avevo voti eccellenti; volevo lasciare la scuola. Mia madre avrebbe voluto fare l’infermiera, ma mio padre non voleva, così spinse me verso questo mondo quando avevo solo sedici anni, troppo giovane per prendere decisioni e per vedere tanta sofferenza. Un giorno mia madre mi portò nelle campagne dove lavorava mio padre: stava zappando la terra e piovigginava. Mi guardò e disse: vuoi fare questa vita o l’infermiere vestito di bianco, aiutare le persone, al coperto e con uno stipendio fisso che ti permetta di vivere? Guardai i suoi occhi castano scuro e capii quanta forza aveva dentro, tale da trasmettermela e gli risposi: va bene mamma anche se avevo dentro di me tanta paura.
Fai un lavoro importante, ahimè sempre troppo poco riconosciuto; assistere, stare vicino a chi soffre non è semplice e ti chiedo: per poter ogni giorno alzarti e donare un sorriso di fronte alla troppa sofferenza che quotidianamente vedi, quanta ironia indossi?
Direi molta. È un lavoro che, nel corso degli anni, è diventato sempre più difficile: siamo passati dal diploma, una preparazione di base ai livelli universitari, con l’inserimento dell’informatica, dei protocolli, degli aggiornamenti continui e una cascata di leggi che hanno migliorato sì la professione ma l’hanno resa anche più complicata. Faccio l’infermiere da trentaquattro anni. All’inizio è stata dura, ma ho capito che, per alleggerire il peso della sofferenza, dovevo sorridere: essere ironico senza mai perdere la professionalità. “Un sorriso al giorno toglie il malumore di torno”. Purtroppo la sofferenza che viviamo ogni giorno è tanta e, negli anni, ha cambiato anche la personalità di ogni infermiere. Oggi posso dire che sono soddisfatto del mio lavoro: mi dà molte soddisfazioni e, con un sorriso, ho superato numerosi periodi difficili che si sono presentati nel corso degli anni. Fare l’infermiere è un mestiere difficile e deve essere una passione, altrimenti è meglio lasciar perdere.
Ami imparare, tantochè dopo il diploma di infermiere nel 1991, ti diplomi nuovamente in ragioneria nel 1995 e nel 2019 acquisisci il Master di Coordinamento delle Professioni Sanitarie. Ciò ti ha spronato a dedicarti tra le altre cose alla tua passione: la poesia. Ricordi la prima lettura che ti ha spinto ad approfondire?
Sono entrato nel mondo della poesia grazie a Leopardi, in particolare alla poesia “A Silvia”. Era l’età dell’adolescenza: scrissi poesie perché mi ero innamorato di una ragazzina che non mi ricambiava. Da quel periodo nacque un libricino che custodisco ancora con cura, ma dopo qualche anno smisi di scrivere perché iniziai a lavorare, e avevo una vita molto frenetica e piena di impegni. Nel 2014, con la morte di mia madre, tornai a scrivere e a pubblicare poesie, inizialmente riversando tutto il mio dolore come antistress. Oggi continuo a scrivere per denunciare la sofferenza, ma anche per lasciare nella riflessione uno spiraglio di speranza per un mondo migliore.
“Il mondo di Giosuè” ( Pav Edizioni) è il tuo primo romanzo, protagonista un bambino che vive la sua infanzia in un piccolo paese del tarantino, quanto c’è di biografico in questa storia?

Il libro “Il mondo di Giosuè” è prettamente autobiografico; sono state inserite solo alcune parti di fantasia perché non ricordavo le dinamiche esatte. È un libro riflessivo e, in alcuni aspetti, divertente, che racconta la mia vita fino all’età in cui ho scelto di diventare infermiere. Non è stato semplice scriverlo, perché non sono uno scrittore professionista, ma mi diletto a esserlo, anche se preferisco la poesia, breve e incisiva. Indubbiamente è stata una bella esperienza che molti lettori hanno apprezzato: li ho riportati indietro nel tempo, trai propri ricordi. Tra i profumi e i mestieri di una volta.
Qual è il più bel complimento che hai ricevuto da un tuo lettore?
A dire il vero ho ricevuto tantissimi complimenti per le mie poesie, specialmente dai miei pazienti nell’occasione di una iniziativa che solitamente faccio dal 2019, nell’Ospedale di Parma, dal nome “Regala un libro di poesie il giorno di Natale”. Un giorno una signora anziana mi disse: «Giosuè, lei non deve fare l’infermiere ma il poeta, lei è bravissimo, qui è sprecato». Io le risposi: «Mia cara, la ringrazio tantissimo del complimento, ma se non lavoro con la sola poesia non si vive». Delusa mi rispose: «Che peccato, non smetta di donare a tutti questi magnifici versi, le auguro tanta fortuna», era lì che mi adorava con gli occhi fissi verso di me, come una divinità. Per me sono versi, parole, metafore nella speranza di una riflessione.
La tua poetica è spesso una poetica di denuncia contro il male che imperversa nel mondo. Quanto è importante per chi scrivere lasciare al lettore una giusta riflessione?
Personalmente ritengo che un poeta abbia il compito di raccontare con i suoi versi un periodo della storia e che debba esercitare un dovere etico e civico verso i lettori, richiamando l’attenzione critica e lasciando a ciascuno la possibilità di una “giusta riflessione” che conduca a una scelta altrettanto importante quanto il contenuto della denuncia stessa. In questo modo, nel tempo, l’uomo e le sue azioni potrebbero migliorare, senza cadere più volte negli errori già commessi.
Definiscono le tue liriche: “Poesie capaci di mettere in discussione le convenzioni sociali”. Ti va di approfondire.

Certo, ritengo che le liriche che mettono in discussione le convenzioni sociali smuovano abitudini, norme o pregiudizi. La poesia, al mondo di oggi, deve essere libera, moderna, senza regole ben precise come un tempo nella letteratura, anche sbagliata: l’importante è che sappia lasciare dentro qualcosa, qualcosa che ti porti a riflettere ed emozionarti. A volte bastano solo pochi versi per compire l’intera poesia che magari fino alla fine non si era riuscita a comprendere. La poesia è bella perché è soggettiva ed emoziona il lettore spesso in base al suo stato emotivo. La mia poesia è definita versatile, ermetica, spesso astratta, di denuncia, ma sempre con un filo conduttore ben preciso.
Definisciti in una sola parola.
Libero
Progetti futuri?
Mah… è da un po’ che scrivo poco e ritengo che, per il futuro, continuerò sicuramente a scrivere libri di poesia. Mi piacerebbe pubblicare anche un libro tradotto in inglese e in spagnolo, scrivere un secondo romanzo e promuovere i miei libri tramite un cortometraggio che ho già realizzato. Vedremo con calma in futuro.
Tre buoni motivi per leggere la tua nuova silloge “Piuma Bianca”?.
Un libro curioso perché in parte recensito da appassionati della poesia. Un libro di denuncia verso il male. Un libro che contiene bellissime poesie, alcune già premiate con menzioni.
Ringraziando Giosuè Forleo per questa intervista, ricordo agli amici i link dove troverete i suoi libri.
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