«Scrivo fantasy per dare una veste magica alle sfide reali dei miei ragazzi»
Dall’impegno quotidiano come educatore nei centri per minori al debutto nella narrativa fantastica.
Il saper scorgere nel quotidiano le gioie dell’esistenza, appartiene ai grandi sognatori a chi sa andare oltre e vedere nel timore strade aperte, non ancora battute, dove rinascere, bonificare l’anima e ripartire più forti di prima. Fare un salto nel vuoto per riscoprire la bellezza della vita! In fondo la vita è un viaggio fantasy; un volo senza alcuna certezza, ma meraviglioso… Occorre saperla interpretare, planare leggeri sulle difficoltà, cogliendo ogni giorno gli attimi magici che ci regala, per poi riprendere il volo. E l’ospite di oggi lo sa bene che anche nelle difficoltà ci sono vie magiche da conquistare… Lo ha imparato dai suoi ragazzi che segue come educatore in un centro per minori; e sono state proprio le loro storie, con tutto il loro carico di sfide e di sogni, a spingerlo a fare il grande salto: creare una realtà tutta sua. Da sempre è appassionato a libri e serie fantasy, per lui la scrittura è il mezzo perfetto per prendere i frammenti della quotidianità e trasformarli in qualcosa di magico e fantastico. Da questa consapevolezza prende forma il suo primo romanzo fantasy, “Il Canto dell’Eclissi”.
Nel dettaglio:
Rebecca vive nell’ombra, vittima di un’ipersensibilità emotiva così atroce da farle credere di essere pazza. Ogni dolore altrui la devasta, ogni mente intorno a lei è un’interferenza che la divora. Tutto cambia quando incontra Ilai: un ragazzo che emana un silenzio assoluto, l’unica “Ancora” capace di spegnere la tempesta nella sua testa. Ma la pace di Rebecca ha un prezzo di sangue. Il loro incontro attira l’attenzione di forze millenarie: Rebecca è in realtà il Prisma, l’esito proibito e potente di un’unione tra Cieli e Abisso. Inseguita da spietati “Pulitori” celesti e insidiata da un’ombra antica, la ragazza vedrà il proprio corpo trasformarsi gradualmente in pietra. Per salvarsi dovrà spingersi fino a Sigilli dimenticati dal tempo e scoprire il vero significato del proprio potere, affrontando una scelta finale che cambierà per sempre il suo destino.
Di questa sua opera i lettori dicono: “Libro molto bello, si legge tutto d’un fiato! Per chi ama il genere fantasy è proprio quello giusto, ma anche per chi come me non è solito scegliere questo genere, garantisco che si legge in modo piacevole. Il finale è aperto, adatto a un seguito, speriamo che l’autore decida di proseguire e farne una saga, sarebbe molto interessante vedere come va avanti Consigliato!” (Giorgia) E ancora: “Un urban fantasy coinvolgente e scorrevole che riesce a catturare il lettore fin dalle prime pagine. Nonostante sia un autore emergente, ha dimostrato grande talento e creatività, costruendo una storia avvincente e ricca di emozioni. La trama è ben sviluppata e il ritmo incalzante ti obbliga a leggerlo tutto d’un fiato. Complimenti all’autore per aver creato un’opera così fresca e appassionante. Consigliato a tutti gli amanti del genere!” (Dario)
A Oltrescrittura ho il piacere di ospitare l’autore, Stefano Favata.

Benvenuto Stefano; cosa ti ha spinto a seguire questo percorso professionale?
Un saluto a te e a tutti i tuoi lettori, grazie di cuore per avermi dedicato questo spazio, molto prezioso per me. Se mi guardo indietro e mi chiedo cosa mi abbia spinto davvero verso questo lavoro, penso che tutto sia iniziato da bambino. Ho sempre avuto una sorta di antenna naturale per le storie delle persone, una tendenza spontanea ad accorgermi di chi mi stava intorno e di quelle fragilità che spesso si cercano di nascondere. Vivere le cose con quella sensibilità mi ha fatto crescere con un’empatia forte, ma anche con un sacco di domande in testa. Avendo avuto la fortuna di crescere in una famiglia serena, dove le cose andavano bene, a un certo punto non ho potuto fare a meno di farmi una domanda semplice ma ingombrante: “Come posso fare la mia parte per chi non ha avuto questa stessa fortuna?”. Con il tempo quel pensiero si è trasformato in una scelta di vita e di lavoro. Non la vedo come una vocazione o missione calata dall’alto, semplicemente la decisione concreta di imparare un mestiere che mi permettesse di esserci davvero. Per mettermi al “servizio” degli altri e fare da spalla, o da compagno di strada, quando il percorso si fa più ripido.
Avere a che fare con gli adolescenti non è cosa facile; soprattutto nella società odierna, quali sono le maggiori difficoltà che incontri come educatore?
È vero, lavorare con i ragazzi oggi mette di fronte a tante sfide: la solitudine che spesso si nasconde dietro uno schermo, l’impatto del mondo digitale o quella fatica costante nel costruire un ponte di fiducia con gli adulti. Ma se devo individuare la difficoltà più grande, credo risieda soprattutto in noi adulti.
Il mondo cambia a una velocità disarmante, proprio come è cambiato ai miei tempi e in quelli di chi è venuto prima di me. Il rischio più grande per noi è quello di pretendere che siano i ragazzi ad adattarsi ai nostri schemi o alle nostre esperienze passate. In realtà, la vera sfida non è cambiare gli adolescenti o incasellarli, ma essere noi capaci di adeguarci al loro linguaggio, ai loro ritmi e al tempo in cui vivono.
Solo se riusciamo a fare questo passo indietro — o meglio, questo passo verso di loro — possiamo davvero fare da “guida”. Non per insegnare dall’alto come si vive, ma per camminare al loro fianco e aiutarli a orientarsi in un mondo in continuo e rapido sviluppo.
Le storie di questi giovani hanno in qualche modo ispirato il tuo libro fantasy. “Il canto dell’Eclissi”. C’è un episodio in particolare che ha fatto da apripista alla stesura del romanzo?

In realtà non c’è stato un singolo episodio o un momento ben preciso a dare il via a tutto. Piuttosto, tra le pagine del romanzo vive una piccola sfaccettatura della storia di ciascuno dei ragazzi che incontro quotidianamente.
La protagonista, Rebecca, è un personaggio in cui si specchiano molte delle fragilità che vedo ogni giorno nei giovani che seguo, ma anche in chi ero io da ragazzino. Si sente persa e sceglie di rifugiarsi nella solitudine per proteggersi, per non restare soffocata dal peso schiacciante delle proprie emozioni e da tutte quelle che riesce a percepire dal mondo esterno, nonostante intorno a sé non le manchino legami importanti.
Poi però c’è la svolta: Rebecca inizia a rialzarsi quando trova Ilai, una guida che la sostiene e la aiuta a fare luce sul suo percorso. Ecco, se in Rebecca c’è una parte di me da giovane e dei “miei” ragazzi, nella figura di Ilai c’è sicuramente il me adulto di oggi e il mestiere che ho scelto di fare.
In questo senso, Il canto dell’Eclissi racchiude davvero tanto di me, del mio lavoro e delle vite con cui mi intreccio ogni giorno: racconta di come, anche quando ci si sente smarriti nel proprio caos emotivo, trovare una presenza solida e vicina possa fare la differenza per iniziare a rialzarsi.
Il Fantasy è il genere letterario che ci permette di evadere dalla quotidianità, ci porta in una dimensione superiore dove possiamo sbizzarrirci. Leggere fantasy, con i suoi mostri, i suoi eroi e le sue sfide epiche, può essere utile ai ragazzi che segui per aiutarli a comprendere meglio i loro conflitti interiori?
Assolutamente sì, ed è uno dei motivi per cui amo così tanto questo genere. Spesso si pensa al fantasy semplicemente come a una fuga dalla realtà, ma per me è molto di più: è uno specchio metaforico del mondo reale. I mostri che popolano queste storie non sono poi così diversi dalle paure, dalle insicurezze o dalle ansie che un adolescente si trova ad affrontare ogni giorno.
Ciò che rende il fantasy uno strumento straordinario per i ragazzi è l’insegnamento profondo che porta con sé: la forza della resilienza. Attraverso le sfide epiche dei protagonisti, i giovani comprendono che cadere, sentirsi sopraffatti o toccare il fondo fa parte del viaggio, ma non definisce la fine della storia. Gli eroi non vincono perché sono invincibili, ma perché trovano dentro di sé — e nelle relazioni con gli altri — la forza di rialzarsi ogni volta che vengono abbattuti.
Leggere queste avventure aiuta a dare un nome ai propri mostri interiori e trasmette un messaggio fondamentale: la tempesta si può attraversare, e da ogni ferita si può rinascere più forti. In questo senso, la fantasia diventa un ponte concreto per capire e affrontare la vita vera.
Da appassionato di lunghe saghe e serie fantasy, quali sono stati i tuoi punti di riferimento letterari o cinematografici durante la stesura del romanzo?
Nel mio bagaglio d’immaginario ci sono storie e mondi che mi hanno formato in modo profondo e che, inevitabilmente, sono riaffiorati durante la stesura. Sul piano letterario ho attinto molto all’atmosfera e all’ispirazione di opere come Muses di Francesco Falconi e alle saghe fantasy di Licia Troisi. Guardando invece al panorama televisivo e cinematografico, i miei capisaldi restano le serie cult di fine anni Novanta con cui sono cresciuto, prime fra tutte Buffy l’ammazzavampiri e Streghe. Ciò che accomuna tutti questi riferimenti è un filo conduttore ben preciso che mi ha sempre affascinato: la presenza di figure femminili di enorme spessore, capaci di caricarsi sulle spalle il peso di sfide immensi. Nel mio romanzo la protagonista femminile è Rebecca, che nel delineare il suo personaggio ho voluto proprio attingere a quella tradizione.
Volevo che Rebecca incarnasse quella straordinaria forza delle donne che non deriva dall’essere invincibili o prive di paure, ma dal saper guardare in faccia le proprie fragilità e trasformarle in energia per rialzarsi. Ispirarmi a quelle grandi eroine mi ha aiutato a costruire una protagonista complessa, vera, autentica, capace di combattere le proprie battaglie interiori prima ancora che quelle contro i mostri che la circondano.
I tuoi lettori sono concordi nel dire che il tuo romanzo si legge tutto d’un fiato; un grande complimento. Qual è il segreto di questa narrazione?
Leggere questi commenti mi riempie di gioia, ma la verità è che non so se esista un vero e proprio “segreto”, anche perché sono consapevole di avere ancora tanta strada da fare ed enormi margini di miglioramento.
Se dovessi cercare un motivo, penso che un fattore determinante sia stato l’avere ben chiara la rotta fin dall’inizio. Quando ho iniziato a scrivere, sapevo esattamente quale percorso avrebbero dovuto intraprendere Rebecca e Ilai e, soprattutto, sapevo già come si sarebbe conclusa la loro storia. Avere una meta precisa mi ha aiutato a mantenere il ritmo e a evitare dispersioni.
Insieme a questo, ho cercato di fare del mio meglio per umanizzare il più possibile i personaggi. Volevo che Rebecca e Ilai non fossero semplici figure su una pagina, ma persone reali, con paure, difetti e sfumature in cui ci si potesse immedesimare. Forse è proprio questa combinazione — una direzione chiara e l’empatia verso i protagonisti — che è riuscita a tenere i lettori incollati alla storia dall’inizio alla fine.
C’è all’orizzonte un sequel?
Assolutamente sì! Posso confermare che il sequel è già in fase di stesura. La storia di Rebecca non è affatto finita: nel finale del primo libro si trova a dover compiere una scelta cruciale, e ogni scelta porta inevitabilmente con sé delle conseguenze, spesso imprevedibili e complesse da affrontare. C’è ancora molto da raccontare sul suo percorso e sul mondo in cui si muove.
Inoltre, per i lettori più curiosi, posso anticipare che nell’aria c’è anche l’idea di un piccolo spin-off, sempre ambientato nello stesso universo narrativo, per esplorare da vicino altre sfumature e personaggi di questo mondo. Quindi le novità non mancheranno!
Descriviti in una sola parola?
Empatico! È il filo rosso di tutto ciò che faccio: nel mio lavoro, con i ragazzi, nella mia quotidianità e tra le pagine che scrivo. Senza la capacità di sentire l’altro, non avrei neanche una storia da raccontare.
Ma … Se il mondo intero smettesse di riflettere la tua immagine, avresti ancora il coraggio di esistere?
È una domanda spiazzante, di quelle a cui è davvero difficile dare una risposta netta. È un tema che tocca corde profondissime: senza fare troppi spoiler, nel romanzo il dolore più grande che Rebecca si trova a dover affrontare è proprio quello di sparire dalla memoria delle persone.Ho voluto fortemente inserire questo interrogativo nel libro proprio perché io stesso non saprei darvi una risposta definitiva, e ho preferito lasciarlo aperto, come un dono o un dubbio da consegnare direttamente al lettore.Credo che una persona viva per sé stessa, è vero, ma la nostra esistenza trae forza e significato anche e soprattutto dai legami che stringiamo con chi amiamo, da ciò che riflettiamo negli altri. Se improvvisamente tutto questo venisse meno, si perderebbe un pezzo fondamentale di ciò che ci rende umani.Non so se avrei subito il coraggio di esistere in quel vuoto. Quello di cui sono certo, però, è che il senso del mio percorso — nel lavoro come nella vita — sta nel cercare sempre un modo per affrontare anche le prove più insostenibili. E penso che, finché si continua a cercare quella luce, una ragione per rimanere ed esistere la si trova sempre.
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