TRIESTE – Monica Zaulovic, docente a Trieste e da 26 anni impegnata nel sociale, interviene sulle recenti riflessioni del dottor Paolo Crepet, dalle quali afferma di essere rimasta particolarmente colpita, soprattutto per alcuni passaggi dedicati ai giovani, alla scuola, alle regole e alla capacità di affrontare le difficoltà.
Tra i temi affrontati dallo psichiatra vi è anche quello delle aggressioni che coinvolgono docenti da parte di ragazzi preadolescenti e adolescenti. Un fenomeno che, secondo Zaulovic, non può essere letto soltanto attraverso la lente della trasgressione delle regole.
«Si parla spesso di regole indebolite – osserva Zaulovic – ma personalmente credo che il problema sia ancora più profondo: le regole non sono semplicemente indebolite, sono completamente cambiate. È cambiato il rapporto con l’autorità e, soprattutto, si è progressivamente indebolito il riconoscimento dell’autorevolezza e del rispetto nei confronti dei docenti».
Per la docente, autorevolezza e autorità non sono però sinonimi. L’autorevolezza non si impone: si costruisce attraverso la competenza, la coerenza, la presenza e la capacità di essere un punto di riferimento.
«Un insegnante non dovrebbe essere percepito come qualcuno che deve semplicemente far rispettare una regola. Dovrebbe essere riconosciuto come una persona che accompagna, educa, orienta. Ma per poterlo fare deve essere messo nelle condizioni di esercitare il proprio ruolo».
Zaulovic condivide inoltre la riflessione sulla difficoltà, sempre più evidente, di affrontare la sconfitta e la frustrazione.
«Non saper perdere è un problema enorme. Ma lo è anche non saper aspettare, non saper ascoltare, non saper stare nel silenzio e persino non saper vivere la noia».
Ed è proprio sulla noia che la docente propone una riflessione più ampia.
«Forse il problema non è soltanto che i ragazzi si annoiano. Forse dovremmo chiederci perché così tanti giovani non sentano più di appartenere davvero a una comunità».
La comunità scolastica, innanzitutto, ma anche quella del quartiere, dello sport, dell’associazionismo, della cultura. Luoghi nei quali un ragazzo dovrebbe poter incontrare altri, confrontarsi, sbagliare, perdere, ricominciare e soprattutto sentirsi parte di qualcosa.
«Quando ci si sente appartenenti a una comunità – spiega Zaulovic – si sviluppa anche un senso di responsabilità verso gli altri. Si comprende che le proprie azioni hanno delle conseguenze e che esistono diritti, ma anche doveri. Se invece viene meno il senso di appartenenza, anche la regola rischia di essere percepita soltanto come un limite imposto dall’esterno».
Ed è qui che, secondo la docente, la scuola assume una responsabilità che va ben oltre la trasmissione delle conoscenze.
La scuola dovrebbe essere anche il luogo nel quale si impara a vivere insieme. A rispettare chi è diverso da noi. A perdere senza sentirsi falliti. A vincere senza umiliare. A chiedere scusa. A ricominciare dopo un errore. A comprendere che la libertà personale non può prescindere dalla libertà e dalla dignità degli altri.
«Da 26 anni lavoro nel sociale e continuo a pensare che dietro ogni comportamento ci sia una persona. Questo non significa giustificare tutto. Significa cercare di comprendere per poter intervenire».
Ed è in questo punto che Zaulovic torna al concetto di resilienza, termine che a suo avviso viene oggi utilizzato talvolta quasi come una parola di moda.
La resilienza nasce nel linguaggio della fisica e, in ambito psicologico e psico-pedagogico, indica la capacità di affrontare eventi traumatici o situazioni difficili e di riorganizzare positivamente la propria vita. «Ma un ragazzo non può essere semplicemente invitato a essere resiliente – precisa Zaulovic – come se bastasse dirgli di reagire. La resilienza ha bisogno di relazioni, di strumenti, di adulti presenti e di contesti capaci di sostenere la persona».
E allora la domanda diventa inevitabile: che adulti stiamo costruendo intorno ai nostri ragazzi?
«Non possiamo chiedere ai giovani di essere forti se noi adulti per primi abbiamo smesso di essere punti di riferimento. Non possiamo pretendere che rispettino la comunità se la comunità non riesce più a farli sentire parte di essa».
La riflessione della docente assume infine un tono più personale ed emozionale.
«Io credo ancora profondamente nella scuola. Credo nei bambini, nei ragazzi e nella possibilità di educare. Ma credo anche che nessun insegnante dovrebbe sentirsi solo davanti alle difficoltà. Un docente non è un bersaglio, non è un semplice esecutore di programmi: è una persona che ogni giorno entra in una classe e prova a lasciare qualcosa».
«Forse dovremmo tornare a una parola semplice: insieme. Insieme significa scuola, famiglia, istituzioni, territorio, associazioni, sport e comunità. Significa smettere di cercare soltanto un colpevole e ricominciare a costruire legami».
Per Zaulovic, alla fine, il vero tema non è soltanto la fragilità dei ragazzi, né la crisi delle regole.
«Il vero tema è se siamo ancora capaci di far sentire un ragazzo parte di qualcosa. Perché un ragazzo che si sente visto, ascoltato e appartenente a una comunità può anche cadere, può sbagliare, può arrabbiarsi, può perdere.
Ma saprà che esiste un luogo nel quale tornare. E forse è proprio questo il significato più profondo dell’educazione: non impedire a una persona di cadere, ma farle sapere che, quando cadrà, non sarà sola».







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